Certamente non è facile sviluppare un videogioco, qualsiasi videogioco. Molte e varie sono le competenze che i componenti del team di sviluppo devono possedere: grafica, animazione, programmazione, scrittura della storia. Ed è per questo ancora più difficile realizzare un videogioco completamente in solitario, una sola persona che deve gestire tutti questi aspetti. Questo accade molto di rado, ma succede… ed è successo ad Alessandro Guzzo, classe 90, con il suo The Land of Pain. Un videogioco, un’avventura ispirata al mito dei Grandi Antichi di H.P. Lovecraft, dove l’atmosfera di oppressione e l’esattezza della riproduzione dei luoghi, l’altopiano di Asiago, luogo caro all’autore per averci trascorso l’infanzia, la fanno da padrone.
Ed è proprio questo il piatto forte di Land of Pain, il contrasto tra la bellezza del bosco all’inizio del gioco e la sua controparte oscura più avanti, la riproduzione quasi fanatica del bosco, applicando tecniche di fotogrammateria per riprodurre le costruzioni, ma non solo, fiori, piante e insetti che volano. Il risultato è un ambiente totalmente vivo ed accattivante, che ci immerge pienamente nel gioco, complice probabilmente anche la qualità del motore grafico utilizzato, CryEngine, lo stesso usato per sviluppare molti giochi AAA.
The Land of Pain ripercorre lo stesso filone di videogiochi di avventura con atmosfera ricca di emozioni, dei suoi predecessori Anna e The Town of Light, anch’essi produzioni dell’italica penisola.

Ma un videogioco non può essere solo grafica e ambienti, The Land of Pain, ci introduce in una storia, che seppur semplice nella sua totalità, è comunque intrigante e ci spinge a investigare i fatti che si susseguono. A nostro avviso, la storia si ispira al racconto <<L’ombra su Innsmouth>> del nostro amato H.P. Lovecraft. La meccanica è quella classica di questo tipo di gioco, troveremo in giro delle lettere e note che ci sveleranno la storia poco a poco, i puzzle sono semplici e vanno dalla ricerca di chiavi a spostare delle casse. Non manca la parte di azione, dove dovremo scappare incespicando dappertutto nel bosco cupo. Storia e meccaniche ci sono sembrate solo sufficienti, ma d’altronde non si può essere bravi in tutto.

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In conclusione, The Land of Pain, ci è piaciuto. Ci è piaciuto il primo lavoro, in solitario, di Alessandro e, come dicemmo a suo tempo anche agli autori di The NADI Project, l’inizio è promettente. Continuate a realizzare videogiochi, il mondo indie ha bisogno di gente come voi. Magari incorporando, nel caso di Alessandro, un programmatore e un writer, avremo di fronte un gran bel gioco.

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